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Si intitola «Molto oltre la paura» la Lettera che l’Arcivescovo mons. Cesare Nosiglia ha indirizzato a tutti gli abitanti delle diocesi di Torino e Susa in occasione della festa patronale di san Giovanni Battista

 

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Le celebrazioni comunitarie sono riprese!!!

per leggere la lettera del nostro arcivescovo con le indicazioni per partecipare clicca qui.

Confessioni al tempo del Covid-19

 Tornare a Dio è tornare all’abbraccio del Padre. Lui è capace di trasformarci, Lui è capace di cambiare il cuore, ma bisogna fare il primo passo: tornare. Lasciare che Dio ci “imbianchi”, che Dio ci purifichi, che Dio ci abbracci.      
(Papa Francesco 20 marzo 2020)
 
Clicca qui, troverai la preghiera del Salmo 21 e un aiuto per l'esame di coscienza.
 
 

Comunione spirituale

 
La Comunione spirituale può essere fatta ovunque, anche se per godere frutti più abbondanti è necessario un certo raccoglimento e stabilire una vera comunione di pensieri e di affetti col Signore.
 
 
È vero che si può fare anche in un istante e quante volte si vuole, ma in ogni caso deve essere vera Comunione, vale a dire fusione del nostro io con [il] Suo, dei nostri pensieri e dei nostri affetti con i Suoi.
 
Deve essere un momento santificante e non un fatto magico.
 
Ottimo metodo di fare la Comunione spirituale è quello di unirla all'ascolto della Parola del Signore, e cioè nella meditazione.
 
Ma nella meditazione e soprattutto nella contemplazione si attua la Comunione spirituale senza esprimere delle formule particolari.
 
La si vive senza pensare di porre l'atto. Molti fanno la Comunione spirituale quando ricevono la benedizione eucaristica.
 
Preghiamo:
 
 
Gesù mio,
 
credo che Tu sei nel Santissimo Sacramento.
Ti amo sopra ogni cosa e Ti desidero nell'anima mia.
Poiché ora non posso riceverti sacramentalmente, vieni almeno spiritualmente nel mio cuore.
 
(breve pausa in cui unirsi a Gesù)
 
Come già venuto, io Ti abbraccio e tutto mi unisco a Te;
non permettere che io mi abbia mai a separare da Te

Riflessione di don Carlo per la Settimana Santa

Riflessione di don Carlo per le Domeniche

17 maggio 2020 VI Domenica di Pasqua

La liturgia di questa domenica ci invita alla gioia, eppure, il capitolo 8 degli Atti degli Apostoli (Prima lettura) si apre con un notizia sconvolgente “In quel giorno scoppiò una violenta persecuzione contro la Chiesa di Gerusalemme; tutti, ad eccezione degli apostoli, si dispesero nelle regioni della Giudea e della Samaria“(8,1).
Successivamente gli Atti narrano che “quelli che si erano dispersi andarono di luogo in luogo, annunciando la Parola”. Paradossalmente la persecuzione e la dispersione promuovono l’evangelizzazione. Tra gli anonimi evangelizzatori spicca la figura di Filippo che conquista al Vangelo un buon numero di Samaritani. La notizia giunge a Gerusalemme e la Chiesa madre invia Pietro e Giovanni a coronare l’opera imponendo le mani sugli evangelizzati e ottenendo per loro da Dio il dono dello Spirito Santo di cui ci parla il Vangelo. Il pensiero corre spontaneamente alle nostre cresimande e ai nostri cresimandi costretti a posticipare la celebrazione della confermazione senza rinunciarvi. A loro va il nostro affettuoso ricordo e la nostra intensa preghiera.

Prima però di giungere al vangelo soffermiamoci un istante sul bellissimo passo della lettera di Pietro che funge da seconda lettura. Pietro ci esorta ad adorare il Signore nei nostri cuori e ad essere sempre pronti a “rispondere a chiunque ci domandi ragione della speranza che è in noi”. In altre parole, ci invita a condividere con gli altri le ragioni del nostro vivere e sperare. Ma è altrettanto importante il modo con cui va fatta questa condivisione: ”con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza”. Queste caratteristiche sembrano mancare terribilmente nei nostri tempi, in cui si fa ricorso alla violenza e all’insulto.
Un’altra affermazione impegnativa ma molto bella e importante è “meglio soffrire operando il bene che facendo il male”. Soffrire per il bene: ecco ciò che merita di essere accolto come programma di vita, ciò che è gradito a Dio e ciò che paradossalmente procura la vera gioia. Soffrire per una causa nobile dà senso alla nostra vita.

Il Vangelo secondo Giovanni ci propone un passo del primo discorso di addio di Gesù ai suoi discepoli. Mi limito a due osservazioni. Il tema dominante è l’amore dei discepoli verso Gesù che si fonda sull’amore del Padre e di Gesù verso i discepoli. Questo amore, per essere vero e non vuoto sentimentalismo, esige l’osservanza dei comandamenti di Gesù che si riassumono nella carità verso Dio e verso il prossimo. Questo amore annulla le distanze e ci rende capaci di comunicare con il Padre, con Gesù e tra noi (notiamo che Gesù usa non il tu ma il voi!); esso attua una presenza costante e profonda: “io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi”. Questa è la dimensione mistica del cristianesimo che lo differenzia da un arido moralismo e che fece dire al teologo Karl Rahner “il cristianesimo o sarà mistico o scomparirà”.
La seconda e ultima osservazione: l’amore vero si traduce nei doni reciproci. Per la preghiera di Gesù il Padre ci darà un altro Paraclito. Gesù lo definisce “altro” perché” egli stesso, in terra, è stato per i discepoli un Paraclito. Che cosa significa questo termine che una volta veniva tradotto con “consolatore” e ora si è preferito conservarlo nel suo tenore greco originale. Parà-kaleo (chiamo accanto a me, non dissimile dal latino ad-vocatus) indica colui che ci sta accanto, che ci assiste, che ci difende, che ci sostiene e che ci consola; colui sul qual possiamo fare affidamento in ogni nostra necessità. Giovanni lo definisce come “lo Spirito della verità” e osa affermare che non solo “rimane con noi per sempre” ma addirittura che “rimane presso di noi e sarà in noi”. Non a torto Sant’Agostino sosteneva che lo Spirito Santo è il dono per eccellenza che contiene tutti gli altri doni.

Siamo capaci di riconoscere, onorare e valorizzare la presenza dello Spirito Santo con noi e in noi? Sicuramente meno di quanto lo meriterebbe. Pertanto è proprio questo l’augurio che faccio a me e a voi: maggiore e migliore ascolto e docilità all’azione dello Spirito Paraclito!.

Come ben sapete, con il prossimo lunedì, riprendiamo le celebrazioni Eucaristiche con tutte le precauzioni che la situazione richiede per il nostro ritrovarci insieme e che troverete dettagliatamente illustrate. Cerchiamo di essere scrupolosi nell’osservanza delle norme e in particolare rimaniamo a debita distanza gli uni dagli altri e muniti di mascherine. Se il tempo sarà clemente ci riuniremo all’aperto avvalendoci dello spazio di cui la nostra parrocchia gode.
Giovedì prossimo riprenderà la Messa infrasettimanale alle h. 16 preceduta alle 15,30 dal rosario. In questo mese di maggio invochiamo Maria SS. in particolare sotto il titolo di “Salus infirmorum”, Salute degli infermi.
Buona domenica a tutti e in attesa di rivederci di persona il Signore vi benedica e vi colmi di ogni bene.

Don Carlo


 

10 maggio 2020 V Domenica di Pasqua e festa delle mamme

San Giovanni ci propone questa domenica l’inizio del primo discorso di addio pronunciato da Gesù durante l’ultima cena. Dopo aver lavato i piedi ai discepoli, annunciato il tradimento di Giuda e predetto il rinnegamento di Pietro Gesù affida ai suoi discepoli le ultime raccomandazioni.
Quando Giovanni scrive il suo vangelo, a più di 60 anni dalla morte di Gesù, la comunità cristiana soffre la discriminazione e la persecuzione. Guardata con diffidenza degli occupanti romani e considerata eretica dai compatrioti ebrei attraversa momenti di grande sofferenza. Le parole di Gesù “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me” suonano quanto mai opportune ma difficili da accogliere ieri e oggi.
Anche oggi infatti viviamo ore difficili e siamo intimoriti. L’incertezza del futuro, le difficoltà nelle nostre relazioni umane, le crisi economiche impreviste, malattie insidiose di origine e di esito incerto, e per alcuni di noi, le limitazioni fisiche e mentali che accompagnano l’invecchiamento, sono motivo di turbamento e di angoscia.
Perfino il conforto religiosa sembra venir meno in questi mesi con le chiese chiuse, gestite da un clero anziano e sempre più povero di energie, per cui si ha l’impressione che nella società civile e in quella religiosa nulla funzioni più.
I discepoli sono angustiati dal fatto che la presenza fisica di Gesù sta per cessare a causa della sua passione e morte e quindi si sentono orfani, abbandonati a loro stessi senza maestro e senza guida.
Gesù cerca di persuaderli che la sua partenza da loro, il suo assentarsi, non è una perdita ma, paradossalmente, un guadagno. Nei versetti che la chiesa ci propone vi sono almeno due ragioni di conforto.

La prima: morendo Gesù non sprofonda nel nulla ma il suo andarsene è un “andare al Padre”. E Gesù va al Padre non solo per sé ma anche e soprattutto per noi, a nostro vantaggio. In questo senso egli è la nostra “via al Padre”. Domenica scorsa Gesù si presentava come la porta e il pastore. Oggi si qualifica come la via che, attraverso la verità, conduce alla vita. Ma Gesù non è solo una via che si apre di fronte a noi e che tocca a noi percorrerla arrangiandoci alla meglio. È la via che ci ha già assicurato il raggiungimento della mèta. Egli va a preparaci un posto sicuro, garantito che solo la nostra stoltezza potrebbe rifiutare. Ma c’è di più: egli non è solo la via è anche l’accompagnatore che viene a prenderci con sé perché dov’è lui siamo anche noi. L’accompagnatore, di solito, una volta che ha portato a destinazione colui che gli è stato affidato si ritira e scompare. Gesù invece è anche l’ospite che accoglie e che assicura la con-vivialità perenne in cui consiste la vita eterna: “Perché dove sono io siate anche voi”. Un po’pedantemente vorrei evidenziale che lo scopo non è tanto il luogo “dove sono io” ma la persona di Gesù con cui si entra in comunione a costituire la specificità della vita o beatitudine eterna. Ce lo ricorda Luca nelle parole di Gesù al ladrone pentito “Oggi CON ME sarai nel paradiso” (Lc 23,43) e san Paolo “per sempre saremo CON il Signore” (1Ts 4,17).

La seconda ragione per cui l’andata di Gesù al Padre è vantaggiosa è che “quanti credono in lui compiranno le opere che Gesù compie e ne compiranno di più grandi”. Questa affermazione di Gesù è sorprendente e può apparire persino esagerata. Chi di noi, poveri esseri umani può ambire a compiere ciò che fatto Gesù o addirittura opere più grandi di quelle compiute da Gesù? Intanto va notato che questo può avvenire solo se e nella misura in cui si crede in Gesù e, attraverso di lui, nella onnipotenza del Padre. Gesù vuol dirci che con la sua morte egli non è più fisicamente visibile nel mondo ma la causa di Dio non cessa di operare nel mondo attraverso i suoi discepoli che prolungano la sua azione e la attuano nella storia. Nulla di spettacolare e di clamoroso ma certo qualcosa di grande secondo i criteri di Dio (“grandi cose ha fatto in me l’onnipotente” riconosce Maria SS.). Gesù con queste parole dimostra una infinita umiltà e nel contempo una sconfinata fiducia negli uomini che sanno sintonizzarsi con Dio e mettersi al suo servizio. Il “libro degli Atti degli apostoli” che preferisco definire “degli atti dei primi cristiani” anche anonimi, è la più bella illustrazione di queste parole di Gesù. Soprattutto noi che abbiamo la fortuna di vivere in una città che ha visto operare un San Giovanni Bosco e un San Giuseppe Benedetto Cottolengo possiamo ben dire che le parole di Gesù si sono attuate anche qui sotto i nostri occhi.
E anche ai nostri giorni la pandemia ha rivelato quanto le opere di Gesù possano essere prolungate e attualizzate oggi in coloro che si ispirano a lui e anche in coloro che pur ritenendosi non credenti, si lasciano ispirare dal vangelo. E di tutto questo immenso bene rendiamo fervide grazie a Dio sperando che la logica del vangelo di Gesù operi anche nella nostra vita.

Un affettuoso pensiero e una fervida preghiera per tutte le nostre mamme che hanno quotidianamente attuato nella loro vita le umili e grandi azioni a cui allude Gesù e che anche oggi, continuano in tempi difficili a dispensare quegli atti umili, geniali, fantasiosi, talvolta eroici e sempre grandi che illuminano e riscaldano la nostra vita e la rendono accettabile e persino bella e gioiosa.

Buona domenica cari parrocchiani e amici ora che si approssima la tanto attesa possibilità di tornare alla celebrazione eucaristica parrocchiale con tutte le precauzioni e le cautele richieste per non riattizzare il fuoco nefasto della pandemia. Un caro ricordo di voi e dei vostri defunti soprattutto nella celebrazione eucaristica privata che mi è consentita. Il Signore vi benedica e vi custodisca in grazia, in salute e in serenità.

Don Carlo


3 maggio 2020 - IV Domenica di Pasqua

Carissimi parrocchiani e amici della Parrocchia di Reaglie,

sono solito dire ai nostri ragazzi che si preparano alla prima comunione: “non preoccupatevi di tante cose secondarie: vestito, festa, cerimonia ecc.; preoccupatevi di conoscere colui che andate a incontrare. Nella vostra prima comunione voi non ricevete qualcosa; voi incontrate Qualcuno”. Questa quarta domenica di Pasqua risponde a questa esigenza che non è solo dei comunicandi ma è di tutti noi, sempre. Chi era e chi è Gesù? Chi è Gesù per me?
Tra i molti titoli e nomi che il Nuovo Testamento applica a Gesù ve ne sono tre particolarmente significativi: Gesù è il buon Pastore, Gesù è la vera Vite (entrambi i titoli si trovano nel vangelo secondo Giovanni), Gesù è il Capo e noi le sue membra (titolo molto caro a san Paolo).
Cerchiamo di riflettere sul primo titolo: Gesù è il Pastore (buono, vero) delle pecore. In verità c’è nel vangelo di questa domenica un secondo titolo di Gesù non meno importante. Gesù dice: io sono la Porta delle pecore. Non trascuriamo le ultime parole con cui si conclude il brano di vangelo di questa domenica: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”. In questa frase è racchiuso tutto lo scopo della missione di Gesù.
Il pastore ha un rapporto di simbiosi con le pecore: vive con esse, vive per esse e da la vita per esse. Non a caso nell’antichità il titolo attribuito di preferenza ai re era: Pastori dei loro popoli. Essi infatti dovevano promuovere la vita dei loro sudditi, sostenerli e difenderli. In Israele l’esperienza monarchica non fu esaltante. Alcuni re furono più ladri e briganti che pastori, trasgredendo le direttive di Dio. Per questa ragione i profeti, soprattutto Geremia (23,1-4) ed Ezechiele (34,7-10), promettono che Dio stesso si farà pastore del suo popolo.
Gesù intende assumere il ruolo di vero pastore (pensiamo al suo atteggiamento di fronte alla folle che sono come pecore senza pastore; egli le istruisce, le sfama, porta loro il perdono di Dio e la guarigione). Nessuno di noi ama essere identificato con la massa anonima di un gregge di pecore (anche se certe manifestazioni musicali e sportive sono penose realizzazioni della più becera “gregarietà” [da grex = gregge]) e quindi opportunamente Gesù insiste sul rapporto libero e personale tra il pastore e le sue pecore: “le chiama per nome, cammina davanti a loro, esse lo ascoltano, conoscono la sua voce ecc.”.
C’è poi una seconda immagine altrettanto bella con la quale Gesù si identifica: “io sono la porta delle pecore”. Anche in altre religioni l’immagine della porta viene usata per descrivere la missione del fondatore. Nel 1850 veniva fucilato Alì Muhammad che si definiva il Bab (“porta” della conoscenza) iniziatore, all’interno dell’islam, di un movimento pacifico e universalistico che si definirà Baha’ismo. La porta svolge una duplice funzione: ci permette di entrare nella casa e di godere del calore del focolare e dell’intimità (“Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò da lui ed egli con me” Apoc. 4,21).; ma non meno importante è l’altra funzione della porta: ci permette di uscire per trovare pascolo. Proprio l’uscita che oggi – rinchiusi a motivo del virus- ci manca tanto. Vengono in mente le parole che il nostro papa ama ripetere “Chiesa in uscita!”). Attraverso Gesù porta, noi entriamo nell’intimità della nostra vita e della nostra persona e, ancora attraverso di lui noi, usciamo verso il mondo per ricevere e per dare tutto quel bene che riempie il nostro cuore.
Ma soprattutto al termine della nostra vita Gesù sarà la nostra vera porta della vita, come ci ricordava l’allora Benedetto XVI°: “Per quanti lo seguono fedelmente Gesù è la Porta che introduce a quel “faccia a faccia”, a quella visione di Dio che ci procura senza alcuna limitazione la felicità piena e definitiva“.

Noi non siamo né re, né pastori ma discepoli del Buon Pastore il quale, a noi popolo messianico, partecipa alcune delle sue funzioni profetiche, sacerdotali e regali. “Sono forse io il pastore del pastore? Risponde insolentemente a Dio Caino dopo aver soppresso suo fratello pastore Abele. Ebbene sì, ciascuno di noi è nell’Unico Pastore, pastore dei propri fratelli e di tutta la creazione da amare custodire e coltivare. Ciascuno di noi, in Colui che è la Vera Porta della vita, è chiamato a sua volta ad essere una porta che si apre per accogliere e curare e una porta che lascia passare luce calore, che apre alla vera libertà. Siamo porte o inferriate o addirittura saracinesche?

Buona quarta domenica! Vi ricordiamo tutti nelle celebrazioni catacombali in attesa che possiamo avvalerci degli spazi luminosi per poter insieme, CON TUTTA LA PRUDENZA CHE OCCORRE, riprendere le celebrazioni comunitarie. Nell’attesa, il Signore vi benedica e l’augurio di pace, di bene e di tanta salute vi raggiunga tutti!

Don Carlo e i Consigli pastorale ed economico.


 

 

26 aprile 2020 - IIIa Domenica di Pasqua

Carissimi parrocchiani e amici della parrocchia di Reaglie,

in questa terza domenica di Pasqua la liturgia ci regala un Vangelo che non esito a definire “affascinante” senza nulla togliere alla prima e alla seconda lettura che meriterebbero un’attenta considerazione. Mi scuso se mi concentrerò sul vangelo, non solo a motivo della sua lunghezza ma soprattutto per la sua qualità. Si tratta di una pagina talmente densa che ogni volta che la si legge rivela qualcosa di nuovo, una pagina inesauribile. 

Non a caso i pittori ne hanno fatto il loro soggetto preferito (vedete sul sito Web Gallery of Art, le innumerevoli opere d’arte che hanno per tema la “cena di Emmaus”). Tra le molte, pur pregevoli. la mia preferenza va alle opere di Duccio di Buoninsegna e di Caravaggio (con preferenza alla tela di Brera). Le allego volentieri al testo.
Gesù dunque, dopo la sua morte, si manifesta a due discepoli (di uno solo è riferito il nome, Clèopa) in cammino verso Emmaus. Non si tratta dell’apparizione di Gesù agli undici, definita apparizione “ufficiale” e quindi maggiormente importante, bensì di una manifestazione a due soli discepoli. Questo permette a Luca di sfoderare tutta la sua bravura narrativa e di offrirci una dettagliata descrizione dello stato d’animo dei discepoli dopo la morte di Gesù e l’accompagnarsi amorevole di Gesù con loro per ricondurli alla fede.
I due sono in cammino da Gerusalemme verso Emmaus. Il loro stato d’animo è tratteggiato efficacemente da due annotazioni: Il loro volto è triste e il loro animo è deluso e disperato (”noi speravamo…”). È sera e quindi sono in cammino verso la notte che ha anche un significato metaforico. Neppure le informazioni di “alcune donne, delle nostre” e di “alcuni dei nostri” che sostengono che “Gesù è vivo” (espressione cara a Luca per significare la risurrezione) hanno fatto breccia nel loro animo. Sono rimasti scettici e abbandonano Gerusalemme, dove le loro speranze sono nate ma sono anche naufragate.
Il primo tempo del racconto ci presenta un Gesù che ascolta pazientemente, permettendo ai suoi compagni di viaggio di aprire il loro animo e di esprimere tutta l’amarezza del loro cuore.
Solo in un secondo tempo questo compagno misterioso li rimprovera invitandoli ad abbandonare le loro attese troppo umane (“noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele”) per ascoltare “tutte le Scritture” secondo le quali il Messia-Cristo era destinato non a mietere successi nel mondo bensì a “patire le sofferenze per entrare nella gloria”. Non le loro aspettative ma il disegno misterioso di Dio è ciò che conta. Come hanno accolto questo austero insegnamento di Gesù che rettificava le loro aspettative illusorie? Da due particolari si deduce che ne hanno fatto tesoro. Giunti a Emmaus insistono accoratamente perché resti con loro: “Resta con noi, perché si fa sera”. Nessuno invita a cena un rompiscatole ma se ne libera appena può. In secondo luogo essi riconosceranno che “ardeva il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture”. Senza dubbio Gesù ha avuto successo nello spiegare le Scritture il che accade raramente ai predicatori!
Ed eccoci al terzo tempo. I discepoli trattengono questo misterioso pellegrino, lo vogliono ancora ascoltare, lo vogliono loro commensale e in questo hanno buon fiuto. Infatti, durante la cena, il misterioso commensale svolge un compito utilissimo che noi definiremmo “tagliare il pane” ma che allora consisteva nel prendere la grande forma di pane (ah la gigantesca, fragrante, rotonda forma di pane toscano detto sciocco o sciapo che assaporai alla mensa del mio indimenticabile amico, Mons. Vasco Bertelli a Volterra!!!) per “spezzarlo” e distribuirlo ai convitati.
Questo gesto Gesù l’aveva compiuto innumerevoli volte servendo il pane spezzato ai suoi discepoli. Vedendo ciò gli occhi dei due discepoli si aprirono e riconobbero il Maestro che essi ritenevano di aver perso per sempre. Egli era lì, presente a loro e con loro. A quel punto Gesù sparisce dalla loro vista ma continua invisibilmente ad essere presente con loro. Gesù li ha persuasi che quanto gli angeli affermavano al sepolcro vuoto, “egli è vivo”, è vero. Durante la sua vita terrena Gesù camminava con i suoi discepoli, ora, risorto, è diventato il compagno di cammino di tutti gli uomini. Lo "spezzare il pane" nella chiesa antica diventerà il nome proprio della celebrazione eucaristica come attestano gli Atti degli apostoli.
Il quarto tempo del racconto è costituito dal far ritorno senza indugio a Gerusalemme dei due discepoli desiderosi di condividere con gli altri la loro lieta scoperta. La notte si illumina, la fede e la speranza è rinata nel loro cuore ed essi sanno di non essere più soli nel loro cammino.

È evidente che il secondo tempo (Gesù spiega le Scritture) e il terzo (Gesù spezza il pane per noi) rappresentano le due parti della Messa: la liturgia della parola e la liturgia eucaristica. Ancor oggi, nella Messa, Gesù stesso ci spiega le Scritture e spezza il pane per noi, anche se si serve di uomini da lui delegati a presiedere la celebrazione, i quali agiscono “in persona Christi” in rappresentanza non in sostituzione di Gesù che è personalmente presente. 

Ma anche il primo tempo e il quarto tempo sono importanti. Aprire il nostro cuore trovando qualcuno che ci ascolti, soprattutto nei momenti di amarezza e di paura, è altamente importante. Anche in questo ascolto Gesù può servirsi di fratelli e sorelle che ascoltino con disponibilità e con amore.
Il quarto tempo che consiste nel condividere quanto di bello e di buono ci è dato di scoprire per condividerlo, è altrettanto importante e fa parte della missione di ogni cristiano. Anche consolare e rassicurare le persone spaventate e terrorizzare è necessario. Tanto per fare un esempio: corre voce che sia stata partorita l’idea demenziale di tenere reclusi in casa gli over sessant’anni. Spero che sia destituita di fondamento. In ogni caso cerchiamo di rasserenare i Seniores (come si dice garbatamente in Germania). Non vorrei che per evitare il corona virus gli anziani incappassero nella depressione e nell’infarto.
In attesa che, con le doverose precauzioni, ci sia concesso di tornare a “spezzare il pane” eucaristico insieme, vi auguro buona continuazione del tempo pasquale e vi ricordo nelle mie preghiere e celebrazioni certo di essere ricambiato. Un cordialissimo saluto a tutti e che il Signore vi benedica!

Don Carlo

 


 

 19 aprile 2020 - Domenica in albis e della misericordia.

Un’altra domenica senza messa ma non senza vangelo.

Carissimi reagliesi e amici di varia provenienza,

anche questa domenica sarete costretti a partecipare alla messa teletrasmessa per le ragioni che ben conosciamo. Tuttavia il vangelo e le altre letture sono sempre a nostra disposizione per essere lette e meditate. Vi offro quindi qualche spunto.

Questa domenica dopo Pasqua è detta in albis (depositis) perché coloro che erano stati battezzati durante la vigilia pasquale e avevano indossato il vestito bianco (alba – ancor oggi i Francesi chiamano il camice bianco portato dal celebrante e dai chierichetti l’aube) e averlo portato per tutta la settimana, finalmente lo deponevano. La settimana dell’ottava di Pasqua era considerata come un unico lungo giorno di Pasqua. Indice questo dell’importanza attribuita alla festa di Pasqua fin dall’antichità. Un invito a noi a ricordare il battesimo e a ravvivarne la grazia.

Papa Giovanni Paolo II ha inteso conferire a questa domenica la caratteristica di domenica della misericordia. In verità ogni domenica è domenica della divina misericordia ma è utile ricordarcelo in questa domenica dopa Pasqua. Tutti abbiamo infinito e costante bisogno della divina misericordia. 

Il vangelo narra la prima apparizione di Gesù ai suoi discepoli barricati nel cenacolo per convincerli che la morte non ha prevalso e che lui oggi è vivo e presente a noi.
Manca Tommaso e Gesù, trascorsi otto giorni accondiscende a conquistare anche lui alla fede nella risurrezione. Tommaso – Giovanni ama nel suo vangelo tipicizzare l’atteggiamento di molti in una figura emblematica – è la personificazione degli increduli. Notate come Gesù risorto non trova dei discepoli disposti a credere facilmente e prontamente accogliendo l’annuncio della sua risurrezione. Egli incontra invece diffidenza e dubbi e deve conquistarli alla fede, deve dolcemente e pazientemente snidarli dalla loro incredulità. Così fa con Tommaso e il risultato è eccellente.

 

Tommaso è un uomo simpatico con i piedi ben piantati sulla terra che dice di credere solo a quello che vede e tocca. È soprannominato Didimo, che significa “gemello” ed è il nostro gemello anche in questo scetticismo. Gli altri discepoli tentano di convincerlo ripetendogli che hanno visto il Signore e che quindi Gesù è risorto, ma senza frutto. Eppure si danno da fare per persuaderlo che non si tratta di un fantasma, che quanto dicono non è frutto di una immaginazione esaltata. Il Signore che essi hanno riconosciuto è proprio lui, così come lo hanno conosciuto, che porta i segni della sua passione, che ha spezzato il pane e lo ha condiviso con loro.
L’esperienza dei due in cammino verso Emmaus che lo hanno riconosciuto nello spezzare il pane e la pesca prodigiosa sul mare di Tiberiade non lo smuovono.
Realista o positivista, Tommaso vuole vedere di persona, toccare, palpare, ascoltare direttamente. Probabilmente egli confonde la risurrezione di Gesù con la rianimazione di un cadavere ed assume l’atteggiamento di un fisico che esige di verificare, sperimentare, misurare, pesare, calcolare. Gli sfugge il fatto che il Risorto non appartiene più a questo mondo, essendo passato ad una sfera di vita di un altro ordine. La sua presenza avviene in una dimensione nuova non più limitata dallo spazio e scandita dal tempo, che gli permette di rendersi presente nonostante le porte chiuse le finestre sbarrate e di rendersi compagno, in incognito, dei due discepoli sul cammino di Emmaus.

Nessuno di noi può esigere che la presenza divina risponda ai nostri ordini e si lasci sottoporre ai nostri esperimenti a nostro piacimento, per soddisfare le nostre esigenze come pretendono Tommaso e Maria Maddalena. L’incontro con il risorto non è il risultato di una indagine scientifica né di uno slancio affettivo. È imprevedibile, senza un perché e senza un come, e sfugge a ogni criterio umano. Essa è pura iniziativa divina, dono gratuito mai meritato. Tommaso alla fine lo ha capito. Il vangelo non diche che Tommaso abbia toccato le piaghe del Risorto (diversamente da come lo raffigura la pur artisticamente pregevole tela del Caravaggio).

 

Una cosa è certa: ha dovuto mollare la presa, deporre le sue pretese, consentire a superare le sue certezze per giungere ad un atto di fiducia e di abbandono. Anziché voler tornare indietro nel tempo e nello spazio per coltivare il passato si è lasciato incontrare da colui che ormai è perennemente presente con tutti. Ora egli sa che nessuna morte potrà mai più privarlo della sua presenza. Riconosce e accoglie Colui che egli ora osa professare “Mio Signore e mio Dio”. 

Buona Domenica in Albis e Domenica della divina Misericordia. Vi ricordo, voi e i vostri defunti, nella mia messa privata un po’ squallidina (ma è pur sempre la Messa!) in attesa di poterla celebrare – speriamo presto – anche con voi. Per ora celebro per voi, senza di voi (della vostra presenza fisica intendo) in attesa di poter tornare a celebrare per voi e con voi. Pace, bene e salute!!!!!

 don Carlo

 


 

 

5 aprile 2020 - Domenica delle Palme

(clicca qui per le letture)

Carissimi parrocchiani e amici di Reaglie,

quest’anno non avremo la gioia di celebrare insieme, nelle nostre chiese, le celebrazioni pasquali per le ragioni che ben conosciamo. Partecipiamo alle celebrazioni teletrasmesse ciascuno a casa sua ma cerchiamo di comprendere, per quanto ne siamo capaci, la bellezza e la profondità di queste celebrazioni. Mi permetto quindi di mandarvi queste brevi annotazioni sul significato del triduo pasquale sperando che vi possano essere utili. Nonostante siamo spazialmente divisi, manteniamo l’unione dei cuori nella fede e nella carità e non dubitiamo che anche questa nostra povera partecipazione sarà ricca della grazia del Signore. Egli infatti è capace di servirsi di tutti i mezzi per comunicarci la sua grazia e nulla lo può ostacolare nel raggiungerci. Anche in questa Pasqua è con noi e per noi. Il Signore vi protegga, vi arricchisca dei suoi doni ed esaudisca le vostre e le nostre preghiere. Conto di mandarvi ancor altri messaggi.

Don Carlo


Il significato delle celebrazioni pasquali

Quando la chiesa parla di mistero pasquale o triduo pasquale intende riferirsi al Giovedì Santo, al Venerdì Santo e alla Veglia pasquale, la notte tra il Sabato Santo e la Domenica di Risurrezione.

La Domenica delle Palme o degli ulivi festeggiamo l’ingresso di Gesù in Gerusalemme col quale egli inizia il suo cammino di sofferenza, di morte e di risurrezione, proprio quel percorso che la lettura della Passione ci narra. Noi festeggiamo e ringraziamo il nostro Salvatore perché sappiamo che questo cammino egli lo ha percorso con noi e per noi, in certo modo portandoci con sé. Vediamone le tappe principali.

Il Giovedì Santo celebriamo la cena del Signore che ha voluto sacrificare il suo corpo e versare il suo sangue per noi; in una parola: ha voluto donarsi per noi e lasciarci il memoriale efficace di questo dono: l’Eucaristia. Questo ci ricorda che siamo stati e siamo tuttora amati da Gesù, che egli ha dato la vita per noi e che quindi siamo custoditi dal suo amore qualunque cosa ci accada. Il Giovedì santo inoltre ci spiega che il senso della nostra vita consiste nel donarsi agli altri, nel farsi pane. Si dice di una persona veramente buona che è buona come il pane. Gesù che si dona a noi come cibo e bevanda e che nell’ultima cena ha lavato i piedi ai discepoli ci fa capire che dobbiamo vivere gli uni per gli altri, nella concretezza della vita quotidiana, quando gli altri sono simpatici e anche quando non lo sono, quando ciò che facciamo è apprezzato ma anche quando è frainteso e criticato.

 

Il Venerdì Santo ci parla della sorte del Santo e innocente che viene arrestato, falsamente accusato, ingiustamente condannato e crocifisso. In questo mondo – si sa- i buoni e i giusti hanno la vita difficile. Ora il Figlio di Dio non ha scelto per sé una corsia preferenziale, ma ha preso su di sé la sofferenza degli innocenti, il tradimento e l’abbandono degli amici, l’esperienza amara dell’insuccesso, la brutta morte di un crocifisso perché tutte le morti fossero contenute nella sua, comprese quelle dei giustiziati, innocenti o colpevoli. Egli ha immesso nella morte la forza dell’amore: è morto affidandosi al Padre e perdonando i carnefici. Da quando Gesù è entrato nel tunnel della morte essa non è più la stessa.  Si continua a morire ma la morte ha cambiato volto. Non è più condizione di solitudine e di abbandono ma è luogo di incontro, passaggio verso la luce. È morire nel Signore. Da quando Gesù è morto abbandonato nessun morente prova più l’abbandono. C’è chi lo accoglie e lo conduce alla beatitudine. «Oggi sarai con me in paradiso»: la promessa fatta al ladrone pentito Gesù continua a rivolgerla ad ogni morente.

La Veglia Pasquale costituisce il culmine delle celebrazioni pasquali. Essa inizia con la benedizione del fuoco e continua con l’accensione del cero pasquale, simbolo di Cristo risorto, poi delle candele, segno della nostra fede che ci illumina.  Tutto questo ci parla della luce che fuga le tenebre, della vita che vince la morte, dell’amore più forte dell’odio, del bene che vince il male, della gioia che trionfa sulla tristezza. Il canto dell’exultet ci invita ad esultare di gioia guardando a Cristo risorto, vincitore del peccato e della morte. Le letture bibliche ricordano gli interventi di Dio in favore degli uomini: la creazione, la liberazione dall’Egitto, e promesse di perdono e di vita piena fatte da Dio per bocca dei profeti e infine l’annuncio della risurrezione di Gesù. Essa è tutta permeata dalla gioia che solo il Risorto può dare a coloro che si affidano a lui.

Le celebrazioni pasquali illuminano e danno significato alle nostre esperienze umane più comuni e una risposta agli interrogativi più veri e profondi: Che senso ha la nostra vita? Per che cosa e per chi vale la pena di vivere? Perché la sofferenza e l’insuccesso? Perché si soffre e si muore?  Alla morte non c’è scampo? Se la mia vita è stata tutta un fallimento (pensiamo al ladrone crocifisso con Gesù) non c’è più nulla da fare? c’è solo da disperare? Non si tratta di risposte teoriche ma di una risposta che ci viene dalla persona stessa di Gesù accolto e contemplato e dalla sua vicenda che ci coinvolge e ci afferra. Occorre lasciarsi attrarre e conquistare da lui: questo è lo scopo delle celebrazioni pasquali e questo è l’augurio che faccio a voi e a me: Buona santa Pasqua!

Con l'incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo. Ha lavorato con mani d'uomo, ha pensato con intelligenza d'uomo, ha agito con volontà d'uomo ha amato con cuore d'uomo. Nascendo da Maria vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché il peccato. Agnello innocente, col suo sangue sparso liberamente ci ha meritato la vita; in lui Dio ci ha riconciliati con se stesso e tra noi e ci ha strappati dalla schiavitù del diavolo e del peccato; così che ognuno di noi può dire con l'Apostolo: il Figlio di Dio «mi ha amato e ha sacrificato se stesso per me» (Gal2,20). Soffrendo per noi non ci ha dato semplicemente l'esempio perché seguiamo le sue orme ma ci ha anche aperta la strada: se la seguiamo, la vita e la morte vengono santificate e acquistano nuovo significato. (Gaudium et spes 22)

 


29 marzo 2020 - V Domenica di Quaresima - La risurrezione di Lazzaro

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Cari parrocchiane/i e amici di Reaglie,
 la preghiera detta colletta (perché raccoglie e compendia tutte le nostre preghiere e invocazioni) formula una richiesta molto difficile per noi deboli e aridi esseri umani ma non impossibile se Dio ci viene in aiuto: «Vieni  in nostro aiuto, Padre misericordioso, perché possiamo vivere e agire in quella carità che spinse il tuo Figlio a dare la vita per noi». Si chiede nientemeno che la partecipazione all’amore oblativo di Gesù che ha dato la vita per noi. Sapendoci più inclini a prendere che a dare misuriamo tutta la difficoltà dell’impresa.
 La prima lettura tratta dal profeta Ezechiele va contestualizzata nel periodo dell’esilio. Il popolo d’Israele deportato a Babilonia è come un popolo morto e seppellito per il qual non c’è più futuro. Tanti popoli deportati sono scomparsi dalla faccia della terra. Eppure Ezechiele, usando l’immagine della risurrezione dai morti, assicura che Dio ridarà vita a questo popolo annientato facendolo rivivere mediante il suo Spirito.
 Il salmo propone il ben noto De profundis per dirci che il nostro grido che sale dalla profondità della nostra miseria non rimane inascoltato dal Signore misericordioso che ci libera da tutte le nostre colpe.
 La seconda lettura ci offre in passo molto denso della lettera si san Paolo ai Romani per dirci che se lo Spirito di Dio (vedi sopra Ezechiele) che ha risuscitato Gesù da i morti abita in noi siamo certi che, mediante questo stesso Spirito, Dio Padre risusciterà anche noi ridando vita ai nostri corpi mortali.
 Ed eccoci al vangelo di Giovanni che narrando la risurrezione di Lazzaro svolge il tema della vita che la morte sembra annientare e che la risurrezione ci ridona. Il Vangelo è tutto un inno all’AMICIZIA (“Lazzaro, il nostro amico, si è addormentato”), all’AMORE (Signore, colui che tu ami è malato”; “Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro” “guarda come lo amava”) e alla sconfinata FEDE-FIDUCIA (di Gesù nel Padre “Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato” e di Marta in Gesù “So che qualunque cosa chiederai a Dio, Dio te la concederà”). L’evangelista annota anche che Gesù “Si commosse profondamente” e “scoppiò in pianto”. In parole povere ci manifesta il cuore di Gesù
 Il punto centrale del vangelo sta nel dialogo di Gesù con Marta e soprattutto nell’affermazione di Gesù: «Io SONO la risurrezione e la vita; / chi crede in me, anche se muore, vivrà; e chiunque vive e crede in me, NON MORIRÀ IN ETERNO».
 Marta crede che suo fratello risorgerà nell’ultimo giorno, secondo la fede di molti giudei di obbedienza farisaica e Gesù lo riconosce. Ma per Gesù la risurrezione finale e futura ha già il suo inizio in questa vita, oggi, nel presente. Questo significa che chi accoglie Gesù che è la risurrezione la vita, riceve già in sé quella vita eterna e divina che neppure la morte riesce a distruggere e che permane al di là della morte. La morte non annienta l’uomo in attesa che alla fine del mondo riprenda vita con la risurrezione finale. L’unione con Gesù e la partecipazione alla sua vita divina fanno già pulsare in noi una vita indistruttibile, quella che Giovanni definisce la “vita eterna”. Del resto anche il vangelo di Luca mette sulla bocca di Gesù quelle parole meravigliose rivolte al ladrone pentito: “Ti assicuro, OGGI stesso, sarai con me in paradiso”. Gesù non gli dice: ora tu morirai e scomparirai ma alla fine del mondo risorgerai.
 Queste parole di Gesù, nostra risurrezione e nostra vita, illuminano non solo il nostro futuro ma anche il nostro presente. La risurrezione e la vita eterna sono realtà già presenti anche se non le percepiamo. Sono un dono che Dio ci fa fin d’ora mediante lo Spirito Santo che “dà la vita”. Ma la risurrezione e la vita eterna sono anche un compito dei cristiani che come Gesù e con Gesù sono al servizio della risurrezione. C’è una risurrezione penultima figura e promessa della risurrezione ultima e finale che consiste in ogni atto e gesto di amore, di bontà e di giustizia (una cura che guarisce, un sorriso che illumina, un consiglio che aiuta, una battuta spiritosa che tira su, un incoraggiamento che conforta, un aiuto che dona speranza, un piatto di cibo che sfama e fa vivere ecc.).
Gesù non diceva ai malati e agli affamati: state come siete perché tanto dopo la morte risorgeremo ma seminava tanti segni concreti di guarigione e di risurrezione.
 C’è un sacramento che con un teologo tedesco, Grillmeier amo definire il “sacramento della risurrezione” ed è il “sacramento o unzione dei malati “(eliminiamo la dicitura “estrema unzione” equivoca o “sacramento dei moribondi” falsa).
 Ora questo sacramento chiede al Signore la GUARIGIONE: la guarigione penultima, su questa terra dalle varie malattie, se rientra nel disegno di Dio e la guarigione ultima e definitiva nella risurrezione dei morti finale che eliminerà la morte, ogni male e ogni sofferenza. Come vedete Il cristiano, imitando Gesù, è chiamato a rendersi cura del presente e a seminare segni di speranza e di risurrezione. Sono segni fragili, provvisori ma preziosi che fanno intravedere ciò che ci sarà dato per sempre e che in qualche misura lo anticipano. Del resto forte come la morte è l’amore, afferma il Cantico dei cantici, che è come dire: più forte delle morte è l’amore.
Buona quaresima a tutti!                                            don Carlo
 
 

22 marzo 2020 - IV Domenica di Quaresima o della guarigione del “cieco nato” -

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L’antifona d’ingresso ci esorta a “esultare e a gioire”. Ne abbiamo tanto bisogno soprattutto in queste ore in cui stiamo soffrendo ma fatichiamo a vedere le ragioni per cui gioire.

La colletta ci invita ad “affrettarci con fede e con impegno verso la Pasqua ormai vicina”. È spontaneo chiederci: la Pasqua verrà presto ma noi ci saremo a celebrarla e se ci saremo, come potremo celebrala?

La prima lettura tratta dal libro di Samuele ci narra l’unzione a re del giovane Davide per mano di Samuele condotto da quel Dio che diversamente dall’ ”uomo che vede l’apparenza, vede il cuore”. Si potrebbe anche tradurre: Dio vede “con il cuore”. Qui risalta lo sguardo di Dio, penetrante che discerne il vero, il buono e il bello oltre le apparenze.

La seconda lettura tratta dalla lettera agli Efesini ci assicura che noi, un tempo tenebra, “ora siamo luce nel Signore”. «Svégliati, tu che dormi,/ risorgi dai morti /e Cristo ti illuminerà» con cui si conclude la lettura pare sia tratto da un inno battesimale in uso nella chiesa primitiva. Il battesimo era infatti definito sacramento dell’illuminazione oltre che della rigenerazione (il nome Renato deriva di qui).

Efesini lo ripropone per dirci che il battesimo una volta ricevuto continua a operare e che tocca a noi lasciarci illuminare anche con una condotta di vita da figli della luce con ogni bontà, giustizia e verità. E tutto questo è possibile se “cerchiamo di capire ciò che è gradito al Signore”.

Il vangelo ci racconta la guarigione del cieco nato e il dialogo che ne consegue. Domenica scorsa ci veniva proposto il tema dell’acqua viva, questa domenica c’è il tema della luce, domenica prossima, con la risurrezione di Lazzaro, quello della vita
La “luce” è uno dei simboli originali delle Sacre Scritture. Essa annuncia la salvezza di Dio. Non è senza motivo che la luce è stata la prima ad essere creata per mettere un termine alle tenebre del caos (Gen 1,3-5). Ecco la professione di fede dell’autore dei Salmi: “Il Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò paura?” (Sal 28,1). E il profeta dice: “Alzati, Gerusalemme, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te” (Is 60,1). Non bisogna quindi stupirsi se il Vangelo di san Giovanni riferisce a Gesù il simbolo della luce. Già il suo prologo dice della Parola divina, del Logos: “In lui era la vita, e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta” (Gv 1,4-5). La luce è ciò che rischiara l’oscurità, ciò che libera dalla paura che ispirano le tenebre, ciò che dà un orientamento e permette di riconoscere la meta e la via. Senza luce, non c’è vita.
La samaritana dialoga con Gesù, il cieco guarito prevalentemente con gli avversari di Gesù.
Viene narrata la guarigione del cieco nato e, più ampiamente, il dibattito che ne segue tra il cieco guarito e i farisei. La tesi centrale è che Gesù è “la luce del mondo” (v. 5, cf. 8, 12), colui che. rivela e porta la salvezza di Dio a tutti.  Ma questa luce non è accolta da tutti. Il racconto infatti narra il contrasto tra il cieco che viene alla luce e riconosce Gesù come Signore (v.38) e i farisei che invece, convinti di vedere rimangono nella tenebra. Essi si chiudono nei loro pregiudizi (Gesù non poteva guarire di sabato, il cieco per loro non era tale ecc.) alla verità e quindi risultano essere loro i veri ciechi. Il cieco semianalfabeta invece si apre alla luce della salvezza e progredisce nella conoscenza di Gesù lasciandosi illuminare e salvare da lui. Il cammino del cieco nato è il cammino di ogni vero credente alla scoperta della verità.
Non basta essere battezzati. Occorre ogni giorno lasciarsi illuminare da lui seguirlo verso la luce e condividere questa luce che non è nostra, che viene da lui ma che vuole brillare anche in noi.
Termino citando le parole dell’allora papa Benedetto XVI a Friburgo in Germania nel 2011:

«Intorno a noi può esserci il buio e l’oscurità, e tuttavia vediamo una luce: una piccola fiamma, minuscola, che è più forte del buio apparentemente tanto potente ed insuperabile. Cristo, che è risorto dai morti, brilla in questo mondo, e lo fa nel modo più chiaro proprio là dove secondo il giudizio umano tutto sembra cupo e privo di speranza. Egli ha vinto la morte – Egli vive – e la fede in Lui penetra come una piccola luce tutto ciò che è buio e minaccioso. Chi crede in Gesù, certamente non vede sempre soltanto il sole nella vita, quasi che gli possano essere risparmiate sofferenze e difficoltà, ma c’è sempre una luce chiara che gli indica una via, la via che conduce alla vita in abbondanza (cfr Gv 10,10). Gli occhi di chi crede in Cristo scorgono anche nella notte più buia una luce e vedono già il chiarore di un nuovo giorno.

La luce non rimane sola. Tutt’intorno si accendono altre luci. Sotto i loro raggi si delineano i contorni dell’ambiente così che ci si può orientare. Non viviamo da soli nel mondo. Proprio nelle cose importanti della vita abbiamo bisogno di altre persone. Così, in modo particolare, nella fede non siamo soli, siamo anelli della grande catena dei credenti. Nessuno arriva a credere se non è sostenuto dalla fede degli altri e, d’altra parte, con la mia fede contribuisco a confermare gli altri nella loro fede. Ci aiutiamo a vicenda ad essere esempi gli uni per gli altri, condividiamo con gli altri ciò che è nostro, i nostri pensieri, le nostre azioni, il nostro affetto. E ci aiutiamo a vicenda ad orientarci, ad individuare il nostro posto nella società.

Cari amici, “Io sono la luce del mondo – Voi siete la luce del mondo”, dice il Signore. È una cosa misteriosa e grandiosa che Gesù dica di se stesso e di tutti noi insieme la medesima cosa, e cioè di “essere luce”. Se crediamo che Egli è il Figlio di Dio che ha guarito i malati e risuscitato i morti, anzi, che Egli stesso è risorto dal sepolcro e vive veramente, allora capiamo che Egli è la luce, la fonte di tutte le luci di questo mondo. Noi invece sperimentiamo sempre di nuovo il fallimento dei nostri sforzi e l’errore personale nonostante le nostre buone intenzioni. Il mondo in cui viviamo, nonostante il progresso tecnico, in ultima analisi, a quanto pare, non diventa più buono. Esistono tuttora guerre, terrore, fame e malattia, povertà estrema e repressione senza pietà. E anche quelli che nella storia si sono ritenuti “portatori di luce”, senza però essere stati illuminati da Cristo, l’unica vera luce, non hanno creato alcun paradiso terrestre, bensì hanno instaurato dittature e sistemi totalitari, in cui anche la più piccola scintilla di umanesimo è stata soffocata.»

A questo punto non dobbiamo tacere il fatto che il male esiste. Lo vediamo, in tanti luoghi di questo mondo; ma lo vediamo anche – e questo ci spaventa – nella nostra stessa vita. Sì, nel nostro stesso cuore esistono l’inclinazione al male, l’egoismo, l’invidia, l’aggressività. Con una certa autodisciplina ciò forse è, in qualche misura, controllabile. E’ più difficile, invece, con forme di male piuttosto nascosto, che possono avvolgerci come una nebbia indistinta, e sono la pigrizia, la lentezza nel volere e nel fare il bene. Ripetutamente nella storia, persone attente hanno fatto notare che il danno per la Chiesa non viene dai suoi avversari, ma dai cristiani tiepidi. “Voi siete la luce del mondo“: solo Cristo può dire “Io sono la luce del mondo”. Tutti noi siamo luce solamente se stiamo in questo “voi”, che a partire dal Signore diventa sempre di nuovo luce. E come il Signore afferma circa il sale, in segno di ammonimento, che esso potrebbe diventare insipido, così anche nelle parole sulla luce ha inserito un lieve ammonimento. Anziché mettere la luce sul lampadario, si può coprirla con un moggio. Chiediamoci: quante volte copriamo la luce di Dio con la nostra inerzia, con la nostra ostinazione, così che essa non può risplendere, attraverso di noi, nel mondo? […….]

Cari amici, questa sera, in cui ci raduniamo in preghiera attorno all’unico Signore, intuiamo la verità della parola di Cristo secondo la quale non può restare nascosta una città collocata sopra un monte. Questa assemblea brilla nei vari significati della parola – nel chiarore di innumerevoli lumi, nello splendore di tanti giovani che credono in Cristo. Una candela può dar luce soltanto se si lascia consumare dalla fiamma. Essa resterebbe inutile se la sua cera non nutrisse il fuoco. Permettete che Cristo arda in voi, anche se questo può a volte significare sacrificio e rinuncia. Non temete di poter perdere qualcosa e restare, per così dire, alla fine a mani vuote. Abbiate il coraggio di impegnare i vostri talenti e le vostre doti per il Regno di Dio e di donare voi stessi – come la cera della candela – affinché per vostro mezzo il Signore illumini il buio. Sappiate osare di essere santi ardenti, nei cui occhi e cuori brilla l’amore di Cristo e che, in questo modo, portano luce al mondo. Io confido che voi e tanti altri giovani qui in Germania siate fiaccole di speranza, che non restano nascoste. “Voi siete la luce del mondo”. “Dove c’è Dio, là c’è futuro!” Amen.»