Molto oltre la paura

 

 

Si intitola «Molto oltre la paura» la Lettera che l’Arcivescovo mons. Cesare Nosiglia ha indirizzato a tutti gli abitanti delle diocesi di Torino e Susa in occasione della festa patronale di san Giovanni Battista

 

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Preghiere Mariane di papa Francesco per Maggio 2020

Preghiera a Maria


O Maria, Tu risplendi sempre nel nostro cammino come segno di salvezza e di speranza.
Noi ci affidiamo a Te, Salute dei malati, che presso la croce sei stata associata al dolore di Gesù, mantenendo ferma la tua fede.
Tu, Salvezza del popolo romano, sai di che cosa abbiamo bisogno e siamo certi che provvederai perché, come a Cana di Galilea, possa tornare la gioia e la festa dopo questo momento di prova.
Aiutaci, Madre del Divino Amore, a conformarci al volere del Padre e a fare ciò che ci dirà Gesù, che ha preso su di sé le nostre sofferenze e si è caricato dei nostri dolori per condurci, attraverso la croce, alla gioia della risurrezione. Amen.
Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio. Non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, e liberaci da ogni pericolo, o Vergine gloriosa e benedetta.

Preghiera a Maria

«Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio».

Nella presente situazione drammatica, carica di sofferenze e di angosce che attanagliano il mondo intero, ricorriamo a Te, Madre di Dio e Madre nostra, e cerchiamo rifugio sotto la tua protezione.
O Vergine Maria, volgi a noi i tuoi occhi misericordiosi in questa pandemia del coronavirus, e conforta quanti sono smarriti e piangenti per i loro cari morti, sepolti a volte in un modo che ferisce l’anima. Sostieni quanti sono angosciati per le persone ammalate alle quali, per impedire il contagio, non possono stare vicini. Infondi fiducia in chi è in ansia per il futuro incerto e per le conseguenze sull’economia e sul lavoro.
Madre di Dio e Madre nostra, implora per noi da Dio, Padre di misericordia, che questa dura prova finisca e che ritorni un orizzonte di speranza e di pace. Come a Cana, intervieni presso il tuo Figlio Divino, chiedendogli di confortare le famiglie dei malati e delle vittime e di aprire il loro cuore alla fiducia.
Proteggi i medici, gli infermieri, il personale sanitario, i volontari che in questo periodo di emergenza sono in prima linea e mettono la loro vita a rischio per salvare altre vite. Accompagna la loro eroica fatica e dona loro forza, bontà e salute.
Sii accanto a coloro che notte e giorno assistono i malati e ai sacerdoti che, con sollecitudine pastorale e impegno evangelico, cercano di aiutare e sostenere tutti.
Vergine Santa, illumina le menti degli uomini e delle donne di scienza, perché trovino giuste soluzioni per vincere questo virus.
Assisti i Responsabili delle Nazioni, perché operino con saggezza, sollecitudine e generosità, soccorrendo quanti mancano del necessario per vivere, programmando soluzioni sociali ed economiche con lungimiranza e con spirito di solidarietà.
Maria Santissima, tocca le coscienze perché le ingenti somme usate per accrescere e perfezionare gli armamenti siano invece destinate a promuovere adeguati studi per prevenire simili catastrofi in futuro.
Madre amatissima, fa’ crescere nel mondo il senso di appartenenza ad un’unica grande famiglia, nella consapevolezza del legame che tutti unisce, perché con spirito fraterno e solidale veniamo in aiuto alle tante povertà e situazioni di miseria. Incoraggia la fermezza nella fede, la perseveranza nel servire, la costanza nel pregare.
O Maria, Consolatrice degli afflitti, abbraccia tutti i tuoi figli tribolati e ottieni che Dio intervenga con la sua mano onnipotente a liberarci da questa terribile epidemia, cosicché la vita possa riprendere in serenità il suo corso normale.
Ci affidiamo a Te, che risplendi sul nostro cammino come segno di salvezza e di speranza, o clemente, o pia, o dolce Vergine Maria. Amen.

Preghiere in tempo di coronavirus

Preghiera cristiana, in tempi di Coronavirus 

di Mons. Antonio Staglianò
 
Signore d’infinita misericordia,
custode degli uomini,
compagno dei sofferenti
e conforto degli infermi;
nell’incertezza di questo tempo,
pieno di oscurità,
noi ti preghiamo:
rivelaci del tempo
il senso ed il segno,
perché alla tua luce
vediamo la luce.
Tu, che ogni cosa hai creato
con ordine, misura e bellezza
ispiraci il sapiente timore
per l’opera delle tue mani;
e quando le nostre opere
violentano la Tua,
ferisci con il rimorso
la nostra coscienza
e suscita in noi il ritorno a Te
con la penitenza.
 
Signore d’infinita misericordia,
padre degli uomini,
fratello dei sofferenti
e amico degli infermi;
nell’insicurezza di questo tempo,
pieno di paura,
noi ti supplichiamo:
non abbandonarci nella tentazione.
Tu che ti innalzi vittorioso
sopra ogni morte e turbamento,
mentre ogni sicurezza si sbriciola
rendi ferma la Fede,
e mentre l'angoscia ci arresta
e il sospetto ci deforma,
rimangano luminose
Speranza e Carità.
 
Signore d’infinita misericordia,
amante degli uomini,
volto dei sofferenti
e sostegno degli infermi;
in questo ed in ogni tempo
noi ti invochiamo:
rendi i cristiani audaci nell'amore,
oltre ogni gretta chiusura del cuore.
Tu, Provvidenza amabile
che reggi con sapienza l’universo,
raccogli la preghiera della Chiesa:
istruisci i governanti,
illumina i ricercatori,
custodisci gli operatori sanitari,
preserva i sani,
soccorri i contagiati,
liberaci da ogni male.
 
A Te, Signore d’infinita misericordia,
Trinità d’amore e compassione,
da tutta la terra sia gloria e onore,
nei secoli dei secoli.
Amen

 

PREGHIERA NEL TEMPO DELLA PROVA DA CORONAVIRUS

di padre Arnaldo Pangrazzi camilliano

O Signore,

quello che sta succedendo attorno a noi
ci rattrista e ci infonde paura.
Siamo tristi per le opportunità e le sicurezze perdute,
l’isolamento forzato, gli abbracci e i contatti trattenuti.
Siamo tristi per la solitudine degli anziani,
dei vedovi, delle persone sole e bisognose.
Siamo tristi per i medici e gli infermieri
che si ammalano nell’aiutare i contagiati.
Ci rattrista chi muore
senza poter godere della vicinanza dei propri cari
che non possono dire addio alle persone amate
o non le possono accompagnare
nel loro ultimo viaggio al cimitero.
Ma ancor di più, siamo attraversati dalla paura
per la presenza di un virus dal quale nessuno è immune,           
che mortifica  il nostro falso senso di controllo, 
mette a repentaglio i contatti con i vicini,   
avvolge di pericolo le cose che tocchiamo, talvolta l’aria che respiriamo.
 
Aiutaci, Signore, a trasformare la paura in:
        riflessione sulla provvisorietà dei beni e delle certezze;
        umiltà che contrasta con il nostro orgoglio e presunzione; 
        prudenza nel coltivare comportamenti per arginare il contagio;
        collaborazione e responsabilità per tutelare la salute;
        creatività per vivere in modo diverso e fecondo il tempo libero;
        fratellanza per consolidare i nostri legami;
        spiritualità per nutrirci di Te ed aprirci al mistero di ogni cosa.

Ci affidiamo a Te, Signore, per attraversare questo lungo tunnel, memori della tua promessa: “Non abbiate paura, io sono con voi sempre”.
Illumina i ricercatori e guidali a trovare l’antidoto per debellare questa minaccia; consola gli afflitti, rinvigorisci i buoni samaritani impegnati ad alleviare le fragilità del corpo e le inquietudini umane.
Fa’ che l’umanità possa uscire rinnovata da questa prova, più attenta alla reciprocità, più saggia nel custodire i valori essenziali e più unita a Te che sei la fonte dell’Amore.
 Te lo chiediamo anche per l'intercessione di Maria, salute degli infermi e consolatrice degli afflitti, e dei santi della Carità, in particolare san Camillo de Lellis e san Giovanni di Dio patroni dei malati, degli operatori sanitari e degli ospedali. Amen
                                                                p. Arnaldo Pangrazzi m.i


 

Messaggio mons. Beschi vescovo di Bergamo

Messaggio del vescovo di Bergamo, monsignor Francesco Beschi
a tutti i fedeli dopo le disposizioni delle autorità che vietano di celebrare funzioni religiose per evitare il contagio del Coronavirus.

Cari fratelli sacerdoti.
Care sorelle e fratelli tutti,
 la situazione sanitaria, i provvedimenti delle autorità, le scelte pastorali fino ad ora compiute, mi inducono a condividere con voi alcune considerazioni.
 La vita delle nostre comunità cristiane è normalmente intensa, significativa, capace di coinvolgere e raggiungere molte persone e molte famiglie. Proprio l’abitudine a questa vitalità, come avviene per altri beni preziosi, ci induce a sottovalutarla, a volte a criticarla, comunque a considerarla ancora una parte scontata dell’orizzonte delle nostre esistenze. In certi momenti, addirittura, ci sembra che la vita della comunità cristiana, le sue iniziative e proposte, appartengano ad un mondo di diritti da rivendicare, più che frutto di un dono e di un impegno condiviso da ciascuno.
 Ora che le circostanze e l’esercizio della responsabilità, ci costringono a scelte che limitano la vita comunitaria, avvertiamo non solo una mancanza, uno smarrimento, per alcuni una comodità che vien meno, ma anche la moltiplicazione di interrogativi che rivelano le attese e le immagini che ciascuno di noi coltiva in relazione alla Chiesa e particolarmente a quella particolare comunità che è la Parrocchia. Queste domande diventano a loro volta come una porta su altre, più profonde, che investono la fede, il modo di vivere da cristiani, di ascoltare il Vangelo, di celebrare i sacramenti e di testimoniare la carità tra noi e verso il prossimo.
 Queste riflessioni, che dovrebbero provocarci più frequentemente, sono alimentate, in questi giorni, da una decisione molto impegnativa: quella di celebrare l’Eucaristia senza la partecipazione dell’assemblea. Si tratta di una decisione sofferta, alla luce delle recenti disposizioni delle autorità governative, che suscita una molteplicità di sentimenti e, in alcuni casi, anche di risentimenti. Nessuno conserva memoria di tempi e situazioni in cui si sia verificata una cosa del genere. Non basta ricordare che in molte parti del mondo la celebrazione dell’Eucaristia è occasione rara e spesso richiede sacrifici non indifferenti per poterla celebrare e potervi partecipare; non basta riconoscere che anche nella nostra Diocesi crescono le parrocchie nelle quali non si celebra l’Eucaristia ogni giorno; non basta ammettere che per molti battezzati l’Eucaristia è diventata un optional e che per anziani e malati spesso è solo un desiderio.
 Le obiezioni più frequenti che sto raccogliendo, partono da constatazioni molto pratiche, per arrivare a quelle più profonde. A noi, si dice, non mancano i preti: se i preti celebrano l’Eucaristia, perché i fedeli non possono parteciparvi, pur a determinate condizioni? Perché alcune attività commerciali sono consentite e aperte al pubblico e il raccogliersi insieme in chiesa no? Perché un tempo, in caso di calamità e malattie, ci radunava in chiesa e ora ci si deve allontanare? Queste domande si accompagnano ad altre, che hanno a che fare con la fede. Se l’Eucaristia è così determinante per la vita cristiana, al punto che quella domenicale è un precetto grave, perché proprio i vescovi, custodi della fede, ne privano i fedeli? Come corrispondere al desiderio e al bisogno del pane eucaristico e del ritrovarsi insieme da cristiani nell’Eucaristia? Che significato ha che i preti celebrino l’Eucaristia da soli?
 Riporto alcuni passaggi di lettere ricevute. “Se in questi momenti così difficili veniamo privati della possibilità di ricevere l’Eucarestia, da chi attingeremo la forza? Chi ci darà il coraggio di portare la speranza nei cuori di chi è più spaventato? Chi ci darà la Grazia di rimanere saldi e fiduciosi anche in mezzo alla tempesta? Infine mi chiedo anche chi ci aiuterà a mantenere la consapevolezza dell’appartenenza alla Comunità Cristiana, se non possiamo ritrovarci…?
 Spero che tutti voi possiate immaginare che il vescovo e i sacerdoti non solo comprendono queste domande, ma le sentono salire anche nel loro cuore. Insieme coltiviamo la convinzione della necessità della preghiera e particolarmente dell’Eucaristia nei momenti della prova e del dolore. Quanti racconti e testimonianze hanno alimentato questi convincimenti. Ho avuto il dono di incontrare a tu per tu il cardinale Van Thuan e di commuovermi nell’ascoltare come riusciva a celebrare l’Eucaristia nelle prigioni vietnamite.
E quanti sacerdoti, penso al nostro don Seghezzi e tanti altri, insieme ai loro fedeli si sono trovati nelle stesse o in simili condizioni.
 Perché allora una scelta tanto rilevante?
L’immagine biblica che mi dà forza in questa circostanza è quella dell’esilio. Questo contagio ci sta, volenti o nolenti, esiliando dalla terra della nostra vita quotidiana, dalle nostre reali, presunte e presuntuose sicurezze, dalle nostre buone e forse meno buone abitudini. Il popolo di Dio, esiliato, perde tutto: gli rimane la fede, la preghiera e la dedicazione della propria vita agli altri, come espressione concreta della propria dedicazione a Dio. La prova, così si rivela il morbo dilagante, è il luogo del combattimento della fede. Il Signore ci indica nel silenzio e nell’ascolto della sua Parola, nella pazienza e perseveranza e nella preghiera e della carità vicendevole, le armi del nostro combattimento spirituale. Sono queste che vogliamo indossare anche noi.
Sappiate, fratelli e sorelle, che ogni giorno i sacerdoti stanno celebrando l’Eucaristia per voi, anche se non con voi: essi raccolgono quel “servizio sacerdotale” che è rappresentato dalla vita generosa di ciascuno e che, nell’Eucaristia, diventa un dono gradito a Dio. Sappiate che le vostre famiglie possono essere santuario della presenza di Dio, per l’amore che vi portate, per il sacramento del matrimonio che unisce tanti di voi, per la preghiera che potete condividere. Sappiate che le nostre chiese in questo momento rimangono aperte e sono accessibili per la preghiera personale in tante forme diverse. Sappiate, che la possibilità di accostare personalmente la Parola di Dio, che in Quaresima vorremmo fosse maggiormente praticata, trova in queste circostanze un’occasione favorevole. Sappiate che le tradizionali pratiche quaresimali del digiuno, della preghiera e della generosità verso i poveri sono ancora modalità per alimentare la relazione con il Signore. Sappiate che la preghiera del rosario, così cara alla devozione mariana, continua ad accompagnare i nostri giorni. Sappiate che le comunità monastiche e religiose, stanno incessantemente pregando per tutti. Vi chiedo, con tutto il cuore, di testimoniare nei modi che le circostanze stanno disegnando, quella carità che è il contrassegno della nostra fede, soprattutto verso i più deboli, gli anziani soli, le famiglie in difficoltà.
La sofferenza di non poter partecipare alla celebrazione dell’Eucaristia, che rimane insostituibile, viene consolata dalla convinzione della misericordia di Dio per il popolo e soprattutto i più deboli e dalla più convinta adozione di uno stile eucaristico nella nostra vita.
 La scelta di concorrere al bene di tutti, soprattutto dei più fragili come i bambini, gli anziani, i malati, attraverso la rinuncia alla celebrazione dell’Eucaristia comunitaria, non è un appiattirsi su logiche materiali o semplicemente corrispondere ad esigenze pubbliche, dimenticando la fede; piuttosto è la decisione di fare della nostra fede la sorgente di una responsabilità morale che insieme a tanti uomini di buona volontà vogliamo esercitare perché la speranza di superare questa prova, si incarni in condizioni che la rendano credibile.
 Cari sacerdoti, desidero rivolgermi a voi, in modo particolare, sapendo la vostra vicinanza e dedizione alle Comunità che vi sono affidate: sappiate dell’affetto, della considerazione e della riconoscenza per ciò che state facendo e condividendo con le persone che il Signore consegna al vostro servizio e alla vostra guida. I limiti imposti dalle circostanze, non si impongono al vostro cuore e alla vostra fede. Gli spazi di tempo, che l’impossibilità di alcune delle opere del vostro ministero vi concedono siano maggiormente dedicate alla preghiera, all’ascolto della Parola e alla più pacata preparazione delle omelie, meditazioni, riflessioni che vi attendono e vi attenderanno. Il fatto che non possiate raggiungere con facilità i vostri parrocchiani, so che non li allontana dal vostro cuore e dalla vostra premura. Anche tra voi, esprimete quella fraternità, che in questi anni stiamo cercando di riproporci in maniera più convinta e concreta. È proprio il caso di dire, in questa circostanza: “basta una telefonata”. Mentre vi scrivo le condizioni di salute di alcuni di noi si rivelano delicate o addirittura gravi: sia forte la nostra preghiera per loro.
 Ringrazio di cuore Sua Eccellenza il Vescovo Siluan, della Diocesi Ortodossa Romena in Italia che, scrivendomi la sua fraterna vicinanza, l’accompagna con queste significative parole: “La fiducia in Cristo medico delle anime e dei corpi che andava attorno per tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando la buona novella del regno e curando ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo (Matteo 4,23), oggi come allora, venga in soccorso delle popolazioni colpite da questo morbo infausto e doni a tutti la gioia della rinascita e della vittoria. A quanti ne sono stati colpiti irrimediabilmente doni la gioia del paradiso, meta pasquale verso la quale tutti camminiamo e a coloro che soffrono della umana perdita la consolazione che in Cristo vivo e presente nella Chiesa nulla è perduto e, con sant’Agostino, vescovo d’Ippona, testimoniamo questa nostra speranza: non si perdono mai coloro che amiamo, perché possiamo amarli in Colui che non si può perdere.
 Ringrazio di cuore tutti voi per la vostra fede, per la preghiera, per la generosità; esprimo tutta la mia considerazione e riconoscenza agli operatori sanitari e alle autorità preposte al bene comune.
Interceda per noi la Madre di Dio, Salute degli infermi, la Vergine addolorata, così cara alla nostra devozione.
“Salva il tuo popolo Signore, guida e proteggi i tuoi figli”.
Il vostro vescovo, Francesco

Riflessione di padre Arnaldo Pangrazzi

Percorsi dal tunnel alla luce

clicca qui: 

https://youtu.be/0WgKWwN0_o4 

 per sentire dalla viva voce di padre Arnaldo Pangrazzi la sua riflessione.


 

LEZIONI ALL’OMBRA DEL CORONAVIRUS - 

 L’epidemia del coronavirus diffusasi nel mondo a partire dal mercato di Wuhan è un fenomeno che sta stravolgendo strutture e stili di vita consolidati.

L’OMS ha decretato l’emergenza globale a seguito dell’impatto nei quattro continenti, gli oltre 4000 morti, gli oltre 120 mila contagiati, con i numeri dei colpiti in costante aumento.

L’Italia risulta il secondo paese più colpito con oltre 640 decessi e oltre 9.000 infetti.
L’impatto sanitario, economico e sociale è di proporzioni impressionanti.
L’emergenza sanitaria è la priorità delle priorità, non solo per il drammatico crescendo dei contagiati e dei decessi, ma anche per la carenza di posti letto per i contagiati in fase acuta e per il crescente numero di medici e infermieri infettati o in quarantena.
Per cercare di arginare la diffusione del contagio, il Governo ha emanato Decreti Legge finalizzati alla tutela della salute pubblica. Le disposizioni includono norme igieniche, l’evitamento di assembramenti e la distanza di sicurezza, la chiusura di musei, centri culturali, bar e ristoranti, la sospensione di funzioni religiose e attività sportive, l’interruzione delle scuole di ogni ordine e grado, limiti negli spostamenti, se non per ragioni gravi.
Nelle stazioni ferroviarie e negli scali aereoportuali sono stati istallati termoscanner per misurare la temperatura corporea, per identificare eventuali portatori del virus e per   contenerne la diffusione.
“State a casa!”, è l’urgente appello rivolto a tutti i cittadini, quale condizione essenziale per limitare il contagio.
L’impatto economico, anche se grave e drammatico, cede il passo all’urgenza sanitaria.
In mezzo al cataclisma prodotto dal coronavirus si impone un altro tipo di riflessione nella consapevolezza, come scrive Willa Cather, che “ci sono cose che si imparano meglio nella calma, altre nella tempesta”.
Lezioni da interiorizzare
I cinesi hanno un termine per definire la parola “crisi” che ha un duplice significato: “pericolo” e “opportunità”. Sui contenuti del pericolo si è già menzionato nella parte precedente che ha delineato l’impatto del virus nell’ambito della salute, nello sconvolgimento dello stile di vita a livello familiare, sociale e accademico, nel crollo dell’attività produttiva e commerciale.
Questa crisi senza precedenti, sull’altro versante, è anche portatrice di verità e messaggi che invocano ascolto e saggia riflessione. All’ombra della “paura” che contagia l’intero tessuto sociale, alimentata anche dalle costanti notizie trasmesse dai mezzi di comunicazione sociale, scaturiscono considerazioni e apprendimenti da valorizzare.
Vorrei, quindi, proporrei i volti umanizzanti e speranzosi della paura, quando è vissuta in maniera propositiva e costruttiva.

La prima considerazione è che la paura induce a riflettere sulla precarietà della salute e della vita, sulla provvisorietà delle certezze e dei beni acquisiti, sulla realtà o possibilità della mortalità propria o delle persone care o degli altri. Fare introspezione è un’occasione salutare in un tempo caratterizzato dall’eccesso di attenzione all’esteriorità o dalla corsa all’accumulo di sicurezze materiali. La riflessione aiuta  a discernere ciò che è importante ed essenziale da ciò che è effimero e marginale.

Riflettere anche sui pregiudizi o sulle false credenze, quale l’illusione di ritenere che ciò che è accaduto in Cina da noi non accadrà mai, così come si coltiva l’aspettativa irrealistica che il cancro, un incidente o la morte non possono colpire la nostra famiglia: sarebbe un’ingiustizia, un’assurdità. Il virus fornisce un bagno di realismo esistenziale e ci rammenta che la tendenza a discriminare può invertirsi rapidamente nel diventare all’improvviso discriminati.
In secondo luogo, all’ombra della paura si nasconde la presenza della virtù della prudenza, sotto forma di comportamenti corretti, accortezze igieniche, quali il lavaggio frequente delle mani, l’uso di mascherine per neutralizzare l’infezione.
La minaccia del coronavirus motiva ad assumere comportamenti responsabili per tutelare la salute, propria e degli altri, evitando luoghi affollati, condotte imprudenti o nocive al bene comune. La corsa ai treni di Milano per fuggire al Sud rappresenta una condotta impulsiva che accresce, invece di risolvere il problema.
Le restrizioni al movimento, l’invito ad evitare contatti sociali, la sospensione di funzioni religiose, culturali e sportive mira a salvaguardare il bene comune nella criticità dell’emergenza. L’imposizione di tanti limiti ha come contraltare ambientale il vivere in ambienti più salubri con meno rumore acustico, meno smog, più silenzi fruttuosi.
In terzo luogo, la paura trova un riscontro positivo nell’appello all’unità, alla collaborazione.
Insieme si affrontano i problemi, insieme si lavora per contenere il pericolo. La crisi è appello a superare l’egoismo, l’autoreferenzialità, il menefreghismo, le abitudini consolidate, gli interessi politici o commerciali, per riscoprire e mettere al centro la dimensione comunitaria nell’adesione e rispetto delle regole, in un popolo tradizionalmente restio all’osservanza delle norme.
 La sensibilità e la responsabilità reciproca e condivisa contribuiscono a saldare i vincoli famigliari e sociali in un momento critico della storia del Paese, bisognoso di un riscatto di orgoglio attraverso il coinvolgimento di tutti i cittadini.
 La solidarietà può trovare espressione nella prossimità agli anziani e alle persone sole o abbandonate attraverso aiuti materiali, contatti telefonici e altre forme di vicinanza.
In quarto luogo, la paura che non paralizza ma vitalizza, può trasformarsi in creatività nell’uso del tempo libero, nel dare risposte innovative ai limiti e alle restrizioni imposte dall’emergenza, nel coltivare l’arte come antidoto alla noia, nel gustare un bel film, nel vivere con riconoscenza stimoli culturali o di svago. Nell’ambito educativo le risposte creative si manifestano nelle lezioni didattiche on line, nell’uso positivo della tecnologia, nel tirar fuori idee e progetti nuovi nel contesto della vita personale, familiare o lavorativa. L’invito a cambiare abitudini diventa stimolo
a trasformare il vissuto del tempo e della realtà.
In quinto luogo, l’apparizione del coronavirus diventa invito all’umiltà e ad un’accresciuta umanità. Spesso non sono le grandi cose che cambiano la storia del mondo, ma quelle piccole, come appunto il coronavirus, che operano nel silenzio e nel nascondimento; sono queste le realtà che sfuggono ai prodigi della scienza e al controllo delle multinazionali, ma costringono ad un realistico approccio agli eventi esistenziali.
Il dilagare del contagio è appello a consapevolizzare la fragilità, che contrasta con il mito dell’autosufficienza o dell’invincibilità, a riconciliarsi con i limiti, a fare pace con l’impotenza e a dare il proprio contributo e sollecitudine per consolidare il mosaico dell’umanità operante nella fragilità. Tutto questo ci porta a esprimere gratitudine verso quanti aiutano ad affrontare l’incertezza di questi tempi, in particolare il governo, le forze dell’ordine, i medici, le infermiere, la protezione civile, i volontari.
L’umiltà significa anche fare tesoro di un ritmo di vita più lento e meno agitato, in un periodo storico in cui il tempo sembrava non bastasse mai.
In questo senso, l’umiltà, dal latino “humus”, aiuta a riscoprire le radici dell’esistenza e a gustare le ore trascorse in famiglia in modo rilassato, offre tempo per leggere, giocare e ricarburarsi interiormente.
In sesto luogo, la paura del contagio promuove lo sviluppo della spiritualità, l’apertura a Dio, il bisogno di pregare, l’appello a mobilitare le risorse interiori. Quando le persone vivono momenti di timore o angoscia si affidano alla preghiera per invocare l’aiuto di Dio, perché venga in soccorso delle debolezze umane. Lo fa un paziente prima di sottoporsi ad un intervento chirurgico, chi vive un momento drammatico in aereo, chi deve sottoporsi a terapie salvavita, chi deve sostenere un difficile esame e così via.
L’umiltà è il canale che alimenta la spiritualità. Certo, la Chiesa ha aderito alle direttive del Governo evitando le funzioni pubbliche, ma i sacerdoti e le guide spirituali incoraggiano i credenti e non a far leva sui valori interiori, sulla meditazione, sulle letture che ispirano, per attingervi conforto nell’ora della prova.
La spiritualità si manifesta anche nella disponibilità di singoli, gruppi e associazioni a garantire forme di supporto a chi è solo, isolato o malato attraverso l’ascolto, il counseling e la preghiera.
 In sintesi, la grave crisi che si sta attraversando è un’occasione propizia per tirar fuori “ex malo bonum”, per scoprire potenzialità nascoste, per prestare attenzione a ciò che prima si trascurava, per trasformare la “dis-grazia” in ”grazia”.
Eugéne Delacroix scriveva che “l’avversità restituisce agli uomini tutte le virtù che la prosperità toglie loro”.
Guidato dalla fede e dalla pazienza, il credente affronta speranzoso la nebbia fiducioso che man mano che questa si dissolve potrà contemplare con uno sguardo nuovo il viaggio compiuto e l’insegnamento ricevuto.

 

                                               p. Arnaldo Pangrazzi m.i.